“Bravi in tutto ma eccellenti in nulla”. La fotografia di Danil Nevski

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Danil Nevski è uno dei nomi (e dei volti) più riconosciuti nel panorama internazionale della miscelazione. Bartender, presenza social, formatore, consulente, si è distinto negli anni per un piglio sempre critico e sfrontato nelle sue opinioni, arrivando a essere una delle personalità più influenti nel settore. Oggi è anche Global Ambassador di Martin Miller, gin premium distribuito in Italia da Compagnia dei Caraibi: un distillato in cui Nevski si rispecchia, “perché è reale, nato in un pub nel 1988 quando il suo creatore si rese conto di non trovare gin che gli piacessero davvero”.

Nevski è passato da Milano lo scorso aprile, al ByIt, per presentare le due referenze di Martin Miller: Original, che spinge su ginepro e accenni agrumati, quindi dritto e senza fronzoli. E Westbourne Straight, che aggiunge spezie e olii essenziali, più aromatico, un gin “per bartender” a gradazione maggiore per Martini cocktail e sperimentazione. Sono le espressioni di un gin che fa dell’acqua, pura dall’Islanda, il suo punto di forza, che seppure non così sostenibile, contribuisce alla cremosità e alla pulizia del sorso. Non un London Dry, che richiederebbe una sola distillazione da singolo alambicco, “ma così facendo perderebbe il comparto aromatico; qui abbiamo due distillazioni per avere un profilo agrumato intatto, che si sposa con sentori terrosi e verdi”.

Un gin che sappia di gin, insomma, il più premiato della storia, che permette a Nevski di esprimersi alla sua maniera: The Garnish ne ha approfittato per una breve intervista esclusiva, sui temi che più spesso lo vedono protagonista.

Hai costruito la tua reputazione sulla tua forte presenza nella comunità bartender, e al tempo stesso ne sei molto critico. Cosa pensi ci sia ancora di sbagliato nella nostra industria nel 2026?
Ho da poco compreso un nuovo termine: liminalità. È quando si è al tempo stesso nel pieno di qualcosa, e la si può osservare dall’esterno. I bartender sono liminali, perché sono al tempo stesso l’esperienza e i soggetti che somministrano l’esperienza. Gli stand-up comedians sono uguali, gli chef e i camerieri non lo sono. È una sorta di stato intermedio cui la dimensione globale del bartending si sta abituando; i bartender sono storicamente bravi in tutto ma eccellenti in nulla, è al tempo stesso il meglio e il peggio di ciò che siamo. Al netto di eccezioni, sappiamo abbastanza ma non molto; parliamo di benessere e salute, ma poi usiamo cocaina ogni weekend almeno; chiediamo di avere un rotovapor, poi appena commettiamo un errore non lo tocchiamo più. Non siamo bravi a dedicarci a qualcosa davvero, viviamo in un mondo a breve termine perché a breve termine sono i drink o le notti; di conseguenza riconosciamo i problemi ma non li risolviamo.

E quali sono i problemi in questo momento?
Due sono quelli principali, l’uno in qualche modo collegato all’altro: prima di tutto, non è più possibile aprire un bar lavorando come bartender, servono investitori. Ma quando si creano gruppi solidi che aprono bar, molto spesso quegli stessi gruppi non permettono ai bartender di fare carriera, diventare manager, insomma le nuove generazioni non hanno le stesse opportunità delle precedenti. Non è questione di essere gatekeepers come si dice in gergo, di non voler mollare la poltrona: semplicemente non c’è visione, è una industrializzazione continua, tutto è un trend. Si apre per poi eventualmente vendere il bar o scalarlo, quindi non ci si concentra sul percorso professionale di chi ci lavora.

Advocacy e carriera dei bartender sono tuoi cavalli di battaglia, ne hai parlato anche nei mesi scorsi su Drinks International con Laura Grassulini. Quand’è che si può parlare di advocacy positiva, e quando di negativa?
Una buona advocacy è fatta di contenuti profondi e a lungo termine. I brand investono nei giovani talenti, nell’industria, sostengono i bar in maniera costruttiva, contribuendo alla comunità. Quando pianificazione, impatto e cambiamento si verificano, è buona advocacy. La cattiva advocacy è quella inefficace e inutile: a Tales of the Cocktail è ormai una gara a chi ce l’ha più lungo e chi organizza gli eventi più grandi e caotici. Ai bartender non interessano i brand quindi, solo le feste; può ancora avere valore ispirazionale, ma si cerca solo la visibilità e di conseguenza non si aiuta il settore.  

Le competizioni sono state il trampolino di lancio per un’intera generazione di bartender: hanno ancora senso oppure hanno ormai fatto il loro corso?
Sono impantanate. Non sono inutili, sono gestite male, e sono troppo a breve termine. Sono troppe, di conseguenza ci sono troppi vincitori e poca visione: prima potevi vincere World Class e fare carriera, oggi semplicemente vinci e null’altro, non c’è progettualità. Servirebbe un formato biennale, competizioni ogni due anni, così che l’anno in cui non si compete, si investe nel vincitore precedente, con piani di formazione e promozione. 

Ti si può definire, al netto di collaborazioni solide, una figura indipendente. Come si fa a esserlo?
I social media sono l’unica canale che lo permette, le uniche piattaforme in cui la voce rimane propria. L’indipendenza è anche strettamente connessa all’indipendenza finanziaria, e all’esperienza e alla reputazione che possono permetterti di essere indipendente. Senza le une non possono esserci le altre, e viceversa.

Se potessi cambiare tre cose dell’industria globale nei prossimi cinque anni, quali sarebbero?
Vorrei ci fosse meno ipocrisia, in generale. Vorrei vedere un’alternativa ai 50Best, una concorrenza che possa così spingere il sistema a migliorarsi e soprattutto regolamentarsi. E vorrei più trasparenza: mi pare assurdo che le agenzie di PR possano votare in classifiche del genere, o che addirittura la stessa agenzia possa curare gli interessi della classifica e al tempo stesso dei bar che sono coinvolti.