Se nulla cambia, tra il 2020 e il 2050 il mondo potrebbe dimezzare i volumi di alcol che beve. Lo scenario inerziale è il punto di partenza di «The Future of Alcohol», il report con cui la società di consulenza Roland Berger fotografa un declino ormai strutturale: il consumo pro capite cala o ristagna in tutte le regioni del pianeta già dal decennio 2014-2024 — con ritmi annui del −1,1% in Nord America, −0,7% in Europa occidentale, −1,3% nell’Asia-Pacifico — e a reggere resta soltanto il segmento del lusso. Sul fronte delle regole, i mercati emergenti stringono quasi al doppio della velocità di quelli maturi, con una media di 3,5 modifiche normative l’anno contro 2.
La via d’uscita indicata dagli autori passa da bevande a zero o basso alcol e «functional drinks», dall’intelligenza artificiale lungo tutta la filiera e da un rapporto collaborativo con i regolatori; il paragone scelto da Stefano Sorrentino, partner della società e co-autore dello studio, è di quelli che nel settore pesano: «L’industria del tabacco ha già affrontato questa fase oltre dieci anni fa», e per lui quella dell’alcol dovrà seguire lo stesso percorso di reinvenzione.
Come quel declino si presenti visto dal basso lo racconta, negli stessi giorni, una ricerca condotta in Italia da OgilvyOZ per Schweppes su duemila rispondenti, con la Generazione Z al centro e i Millennials come gruppo di controllo. Il 54% degli under 30 dichiara di aver ridotto consapevolmente il consumo di alcolici, e un terzo lo fa per mantenere lucidità e controllo, motivazione che tra i Millennials scende al 21%; alcolico e analcolico convivono ormai, in quello che l’indagine chiama «fluid drinking». Cambia anche la geografia del bere: il 56% preferisce la dimensione domestica contro il 36% che sceglie l’uscita, e la casa diventa spazio di sperimentazione — luci, musica, drink preparati con cura da chi la ricerca battezza registi delle proprie serate. La selettività fa il resto: il 65% antepone la qualità alla quantità, il 58% ama scoprire prodotti nuovi, e il 28% ammette una ragione economica, la preferenza a spendere diversamente.

Un report globale di consulenza e un sondaggio nazionale commissionato da un marchio di sodati, dunque, convergono sulla stessa mappa che l’industria sta già percorrendo. La moderazione e il consumo domestico attraversano le mosse globali (vedi gli Spritz pronti di De Kuyper, la campagna di Altos sulla miscelazione casalinga, il gin in lattina di Bombay Sapphire) mentre la resilienza del solo lusso spiega la corsa alle bottiglie da collezione e l’inasprimento normativo che ha appena preso forma, in Europa, nel rincaro fiscale tedesco. Schweppes stessa chiude il cerchio tra ricerca e scaffale: la linea premium Selection, portata nella grande distribuzione con due toniche — una al basilico e limone di Sicilia firmata con Marc Álvarez, co-fondatore con Simone Caporale del Sips di Barcellona eletto miglior bar del mondo nel 2023, l’altra su un doppio binario di lime messicani e tahitiani — è il tentativo di vendere alla Gen Z l’ingrediente della sua serata in casa.
Il capitolo forse più spiazzante del report riguarda ciò che verrà dopo: i functional drinks, bevande progettate per restituire gli effetti sociali ed emotivi dell’alcol — euforia, rilassamento — senza alcol, a base di estratti vegetali come kava e radice d’oro o di ingredienti sintetici. L’industria, suggerisce lo studio, farebbe bene a investirci presto: in fondo alla transizione si profila un settore pronto a vendere l’effetto senza la sostanza.

