Dal 24 luglio lo Scotch whisky attraversa di nuovo l’Atlantico senza dazi. La formalizzazione è arrivata a poche ore dall’annuncio con cui la Casa Bianca ha imposto tariffe tra il 10 e il 12,5% sulle merci di oltre ottanta economie, Canada e Unione europea comprese: mentre la lista si allungava, il principale export food & drink del Regno Unito ne usciva dopo quindici mesi di barriere. Per il resto delle merci britanniche resta il 10% fissato dall’accordo bilaterale del 2025.
La promessa risaliva al 30 aprile, quando Donald Trump aveva annunciato su Truth Social la rimozione di dazi e restrizioni sul whisky in onore dei reali appena congedati da Washington, a chiusura della visita di Stato di Carlo III e Camilla per i 250 anni dell’indipendenza americana: il Re e la Regina, ha scritto il presidente, «mi hanno fatto fare ciò che a nessuno era riuscito». Il post richiamava la cooperazione tra Scozia e Kentucky su whisky, bourbon e botti; Buckingham Palace fece sapere che il sovrano avrebbe brindato alla decisione con un dram, mentre Diageo, primo gruppo mondiale del comparto, guadagnava il 3% in Borsa nel giorno dell’annuncio.
I numeri del periodo tariffario sono messi in fila dalla Scotch Whisky Association: il mercato americano, primo al mondo a valore per il distillato scozzese, valeva 933 milioni di sterline nel 2025; tra maggio e dicembre i volumi spediti negli Usa sono scesi del 15% e i valori del 7%, con un costo stimato dall’associazione attorno ai 4 milioni di sterline a settimana. Il prelievo del 10% era in vigore dall’aprile 2025 ed era stato reintrodotto a febbraio, su altra base giuridica, dopo la bocciatura della Corte Suprema. Tra il 2019 e il 2021 la categoria aveva già pagato il 25% legato alla disputa Airbus-Boeing, con perdite stimate dall’industria attorno ai 600 milioni di sterline.
Per il primo ministro scozzese John Swinney l’intesa giova a imprese e lavoratori delle due sponde: «È una buona giornata per la Scozia». Ian Duddy, direttore internazionale della Scotch Whisky Association, vede nella rimozione una base di fiducia per investire e sostenere occupazione e filiere, dalle tonnellerie del Kentucky allo Speyside, e ringrazia anche il sovrano per il ruolo avuto. In casa Pernod Ricard, Nodjame Fouad, CEO della divisione aged spirits e Champagne, auspica ora progressi sulle tariffe che ancora toccano Irish whiskey, Champagne e Cognac; il Discus, associazione dei distillatori americani, con il presidente Chris Swonger parla di sollievo per bar e ristoranti statunitensi e chiede l’estensione agli spirits dell’Unione europea.
La tornata parallela di dazi, che sostituisce un prelievo globale del 10% in scadenza, poggia sulla Sezione 301 del Trade Act del 1974 e viene motivata con la mancata repressione dell’import di beni prodotti con lavoro forzato: per il rappresentante al Commercio Usa Jamieson Greer si tratta di correggere «un abuso dei diritti umani e una pratica commerciale distorsiva». Nella lista figura il Canada, dove il boicottaggio dei prodotti americani aveva già tagliato del 63% l’export di spirits statunitensi; per l’Unione europea il nuovo prelievo si somma alle tariffe ordinarie fino alla soglia del 10%.
SpiritsEurope, con il direttore generale Mark Titterington, saluta l’esenzione britannica e chiede di riportare allo zero per zero anche gli spirits comunitari, amari e vermouth italiani compresi, indicando tra i benefici attesi il sostegno all’ospitalità e il commercio transatlantico delle botti di rovere americano.

