Nuovo capitolo, senza che si vedano spiragli positivi, nella battaglia economica in Nord America: da questa settimana gli alcolici canadesi entrano negli Stati Uniti con un dazio del 50% che copre birra, vino, liquori, sidro e altre bevande fermentate, imposto dopo il crollo del negoziato commerciale tra Washington e Ottawa. Mark Carney, primo ministro canadese, ha sospeso le trattative e richiamato i negoziatori, annunciando una risposta dollaro per dollaro dall’8 settembre su acciaio, latticini, elettrodomestici, macchine agricole, carta ed elettronica; le due parti si attribuiscono a vicenda la responsabilità della rottura, con il premier canadese che parla di condizioni cambiate all’ultimo momento. «Hanno chiesto troppo e offerto troppo poco», ha detto Carney nella dichiarazione del 22 agosto.
La misura colpisce una filiera che vive di esportazioni verso sud. Secondo Spirits Canada il 93% degli spirits canadesi esportati nel 2025 ha preso la strada degli Stati Uniti e la domanda americana sostiene il 48% della produzione nazionale; l’associazione ha messo in guardia da ordini cancellati e scorte in accumulo. «Il settore nordamericano degli spirits è profondamente integrato», ha osservato il presidente Cal Bricker, che sollecita le province a riaprire agli alcolici americani. I marchi più esposti sono Crown Royal di Diageo e Fireball di Sazerac, valutati da Impact Databank 2,4 e 1,45 miliardi di dollari di giro d’affari al dettaglio negli Stati Uniti, entrambi già in flessione nel 2025.
Il contenzioso nasce nel marzo 2025, quando i monopoli provinciali hanno tolto dagli scaffali i prodotti americani in risposta ai primi dazi: otto province su dieci mantengono il divieto, Alberta e Saskatchewan hanno riaperto. Tra marzo e dicembre l’export di spirits statunitensi verso il Canada è sceso da 203 a 60 milioni di dollari e il paese è passato dal secondo al sesto posto tra le destinazioni americane, un arretramento che il Distilled Spirits Council quantifica ora oltre il 70%.
E il pubblico gioca un ruolo fondamentale. Un sondaggio Abacus di agosto indica che quasi sette canadesi su dieci vogliono mantenere il boicottaggio, mentre l’LCBO dell’Ontario ha registrato un aumento del 52% per i vini da uve locali, del 20% per quelli delle altre province e del 94% per il whisky canadese; lo spazio liberato ha aperto la porta a produttori europei, come il finlandese Kyrö, entrato a listino dopo anni di tentativi. I prodotti americani ritirati restano in magazzino: solo in Ontario valgono 79,1 milioni di dollari, con costi di stoccaggio stimati fino a 20 milioni l’anno.
L’esposizione italiana passa da Campari Group, proprietario dal 2014 della distilleria Forty Creek di Grimsby, in Ontario, pagata 186 milioni di dollari canadesi e affidata alla distribuzione nazionale di Southern Glazer’s dall’aprile 2025: il whisky canadese del gruppo milanese finisce nella stessa casella tariffaria di Crown Royal e Fireball. Sul fronte opposto, amari e vermouth italiani continuano a entrare negli Stati Uniti con il 10%, in attesa del ritorno allo zero per zero chiesto dalle associazioni delle due sponde dell’Atlantico e già ottenuto dallo Scotch a fine luglio.
Le sigle americane chiedono intanto di riaprire il tavolo: il Discus di Chris Swonger rivendica il riconoscimento del danno subito dai distillatori statunitensi e insiste sulla soluzione negoziata, mentre la coalizione Toasts Not Tariffs, che riunisce 59 organizzazioni della filiera, avverte che «un dazio del 50% avrà conseguenze enormi per le imprese dell’ospitalità americane». Per l’analista di TD Cowen Robert Moskow il mancato accordo pesa sul Crown Royal di Diageo e rende improbabile il rientro del whiskey americano sugli scaffali canadesi, a danno di Brown-Forman.

