Diageo taglia ancora: a New York licenziati oltre trecento dipendenti

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Il modulo che negli Stati Uniti le aziende devono depositare prima di un licenziamento collettivo, firmato da Diageo il 30 giugno e reso pubblico il 21 agosto, elenca 305 posti in uscita dal 3 World Trade Center di New York, il 36,3% degli 839 dipendenti non sindacalizzati della sede nordamericana, con le prime lettere in partenza il 30 settembre e l’ultima attesa esattamente un anno dopo.

L’8,4% di vendite nette perso in Nord America nell’esercizio chiuso a giugno spiega perché sia questa la sede a essere investita per prima, in un anno in cui il gruppo ha lasciato per strada il 2% organico, il 27% di utile operativo sceso a 3,16 miliardi di dollari e il 26% di utile per azione, con il dividendo dimezzato da 103,48 a 50 centesimi. Sir Dave Lewis, arrivato il 1° gennaio dopo sei anni alla guida di Tesco, ha risposto con un piano da oltre un miliardo di risparmi in tre anni che ha già cancellato duemila posizioni in tutto il mondo e portato l’organico a 27.938 persone, il 6,4% in meno rispetto a dodici mesi fa.

A Milano l’accordo del 27 agosto ha congelato 86 esuberi fino al 31 ottobre dopo l’apertura della mobilità per 96 dipendenti su 127, mentre in Scozia i lavoratori della distilleria di Cameronbridge, nel Fife, stanno votando sullo sciopero accusando l’azienda di non aver condotto le consultazioni sindacali nei modi dovuti.

Continua quindi il drastico riassetto dell’intero settore: Brown-Forman aveva aperto la stagione nel gennaio 2025, riducendo del 12% i suoi 5.400 dipendenti e chiudendo la bottaia storica di Louisville per ricavarne 70-80 milioni di dollari di risparmi annui; un mese dopo Campari avviava la revisione dell’organico che sarebbe costata cinquecento posti dentro il passaggio al modello Houses of Brands, a maggio Moët Hennessy annunciava 1.200 uscite su 9.400, e Pernod Ricard riorganizzava il portafoglio in due divisioni con il piano Tomorrow 2 senza mai dire quante persone sono state coinvolte.

Nel frattempo si stima una giacenza di distillati invecchiati e invenduti pari a 22 miliardi di dollari, su cui da soli i cinque gruppi risultavano seduti a gennaio, la quantità più alta nell’ultimo decennio: «I consumi calano, la premiumizzazione post-Covid ha rallentato, la Gen Z beve meno», riassume Jonny Gray, fondatore di Iconic Spirits, e a farne le spese è paradossalmente il personale aziendale.

Un milione e 430mila sterline è quanto Lewis ha effettivamente incassato nell’esercizio appena chiuso, per sei mesi di carica, mentre per il 2026-27 il bilancio prospetta quattro scenari, da 1,87 milioni al minimo a 9,40 a obiettivo, 15 al massimo e 20,02 nel caso in cui al massimo si sommi una rivalutazione del titolo del 50% in tre anni, soglia che l’azienda stessa evita di presentare come compenso atteso. Nello stesso documento la retribuzione mediana dei dipendenti Diageo scende del 2,8%, a 65.879 sterline, e la nuova politica retributiva, che alza il tetto dell’incentivo di lungo termine dal 500% al 650% dello stipendio base, andrà al voto degli azionisti in novembre.

Dei cinque grandi, quattro hanno ridotto l’organico prima di Diageo e nessuno è ancora tornato a crescere in volume.