Con la chiusura dell’esercizio del 30 giugno, l‘India vale il 13% delle vendite nette di Pernod Ricard e ne è diventata il secondo mercato per valore, davanti alla Cina e dietro ai soli Stati Uniti, con una crescita organica del 7% che sale al 9% escludendo Imperial Blue, il whisky ceduto durante l’anno, e questo mentre il gruppo nel suo complesso arretrava del 3,9% organico a 9,404 miliardi di euro. Per volume l’India è già da tempo il primo mercato del gruppo, e Jameson vi è diventato il primo distillato premium d’importazione.
Alexandre Ricard ha definito «quite phenomenal» quello che sta succedendo nel paese, indicandolo come motore di crescita per l’anno passato, per quello in corso e per il medio-lungo periodo, e sul possibile collocamento in borsa della controllata indiana ha confermato che la discussione resta aperta, con passi preparatori di natura legale già avviati «per mantenere la flessibilità e tenere aperte le opzioni». Nessuna decisione è stata presa: Pernod Ricard India, che nell’esercizio 2024-25 ha registrato ricavi per 27.445,8 crore di rupie, circa 2,5 miliardi di euro, resta per ora interamente del gruppo francese.
Due giorni prima Tilaknagar Industries aveva annunciato 22 crore di rupie, due milioni di euro, per il 30% di Black Tiger Distilleries, in due tranche da 6 e 16 crore a distanza di dodici mesi, entrando per la prima volta nel tequila. Black Tiger, fondata da Mohnish Mehta con il produttore messicano Productos Finos de Agave e il distributore indiano Mansha Group, imbottiglia in Jalisco la linea Bodega Suprema No. 5, tequila 100% Blue Weber agave nelle versioni blanco, reposado e añejo, collocata fra 4.200 e 5.500 rupie per 750 ml, ossia fra 38 e 50 euro. I dati IWSR citati nell’operazione danno l’India come mercato del tequila in più rapida crescita al mondo, con volumi cresciuti a un tasso composto vicino al 60% fra il 2020 e il 2025, circa il 34% nel solo ultimo anno, e una previsione del 13% composto fino al 2030.
Imperial Blue, il whisky di cui Pernod si è liberata, è finito proprio a Tilaknagar, azienda con novant’anni di storia nell’IMFL costruita sul brandy Mansion House e Courrier Napoleon: il gruppo francese alleggerisce la fascia bassa per concentrarsi sui marchi internazionali, l’acquirente indiano incassa volume e con quel volume finanzia scommesse più in alto. «Bodega Suprema No. 5 sta fra 4.200 e 5.500 rupie», spiega Ameya Deshpande, chief strategy officer di Tilaknagar, indicando lo spazio fra la tequila mixto a poco prezzo e le etichette 100% agave collocate nel lusso, uno spazio che in India finora non aveva occupanti.
Il whisky, che l’India consuma più di chiunque altro al mondo, il brandy che regge i consumi del sud del paese e ora l’agave, che parte da volumi minimi con tassi che nessun mercato maturo può mostrare, sono le tre categorie dentro cui la premiumizzazione indiana sta effettivamente avvenendo. Sono anche le tre in cui l’Italia non ha niente da vendere.
Sul piano daziario la porta si è aperta il 27 gennaio, quando Unione europea e India hanno concluso i negoziati per l’accordo di libero scambio dopo diciannove anni di trattative: i distillati europei passano da un dazio che arrivava al 150% al 40%, i vini scendono al 20% per la fascia premium e al 30% per quella intermedia, la birra dal 110% al 50%. Nulla di tutto questo è però ancora in vigore, perché il testo richiede revisione legale, traduzione, approvazione del Consiglio e voto del Parlamento europeo, e l’entrata in vigore realistica viene collocata fra il 2027 e il 2028; nel frattempo il Regno Unito è arrivato prima, con la riduzione dal 150% al 75% su whisky e gin britannici e la discesa al 40% programmata entro il decimo anno.
Gli amari e i bitter viaggiano sulla voce doganale 2208, quella dei distillati, e seguiranno quindi la discesa al 40%, mentre il vermouth e i vini aromatizzati stanno sulla 2205, la stessa del vino, e le sintesi pubblicate dalla Commissione parlano di “vini” e “distillati” senza chiarire dove cada il vermouth fra il 20, il 30 e il 40%. Sono decine di punti di dazio di differenza su due prodotti che in un bar indiano finirebbero nello stesso Negroni.
Nei dati IWSR citati da Tilaknagar, come fra i marchi che hanno spinto il risultato di Pernod, l’aperitivo italiano non compare. L’India premiumizza in fretta partendo dai distillati che già beve, e la finestra tariffaria che si aprirà fra due anni arriverà su un mercato in cui il margine di manovra è enorme.

