Non sono bastate aliquote e dazi, susseguitisi per diciotto mesi, per evitare lo scontro totale: lo scorso 8 settembre Donald Trump ha firmato le disposizioni che dal 29 settembre vietano l’ingresso negli Stati Uniti della quasi totalità delle bevande alcoliche canadesi, dalla birra al vino, dal sidro al whisky, e poi rum, vodka, tequila e brandy, insieme alla birra analcolica, alla melassa e ai prodotti a base di siero di latte. La firma è arrivata poche ore dopo l’entrata in vigore dei dazi di ritorsione annunciati da Ottawa, che colpiscono importazioni statunitensi per 27,6 miliardi di dollari canadesi, venti miliardi di dollari americani e poco più di diciassette miliardi di euro.
I divieti sostituiscono in buona parte il dazio del 50% entrato in vigore il 22 agosto, che comunque resta applicato alle merci già in dogana dopo una sospensione di tre giorni, e si accompagnano a una sovrattassa del 50% che dal 15 settembre colpirà una lista eterogenea di prodotti canadesi, dai materassi alle imbarcazioni a motore fino ai golf cart. Il provvedimento si fonda sulla Sezione 338 del Tariff Act del 1930, la norma che consente di bloccare le importazioni dai Paesi giudicati responsabili di pratiche discriminatorie verso i beni americani. C’è un’eccezione relativa al formato: whisky e liquori canadesi in contenitori superiori ai quattro litri restano fuori dall’elenco dei prodotti proibiti, come segnala Drinks International, quindi continua a entrare negli Stati Uniti lo sfuso che serve agli imbottigliatori americani.
Nella dicitura, riportata da The Spirits Business, la Casa Bianca scrive di avere «accertato come fatto che il Canada discrimina il commercio degli Stati Uniti vietando l’acquisto, la distribuzione o la vendita al dettaglio di bevande alcoliche statunitensi senza vietare o limitare in modo analogo gli stessi prodotti provenienti da altri Paesi». È la stessa accusa che accompagna il dossier da un anno e mezzo, da quando, nel marzo 2025, otto province canadesi su dieci hanno tolto gli alcolici americani dagli scaffali dei monopoli pubblici in risposta al primo dazio del 25% imposto da Trump su tutte le merci canadesi.
Guardando ai numeri, le esportazioni di spirits statunitensi verso il Canada sono crollate di oltre il 70%, e la stessa Casa Bianca cita un calo dell’81% delle importazioni canadesi di alcolici americani, da 718 a 137 milioni di dollari fra il marzo 2025 e il febbraio 2026. Sul vino il dipartimento dell’Agricoltura registra un meno 77%, da 406 a 103 milioni di dollari fra il 2024 e il 2025, su quello che era il primo mercato estero del vino statunitense. Brown-Forman ha chiuso i nove mesi con le vendite canadesi giù del 59%, mentre un sondaggio di luglio dava il 69% dei canadesi favorevole a mantenere le restrizioni.
Mentre il vino e i distillati americani uscivano dai monopoli provinciali, le importazioni canadesi da Cile, Giappone, Argentina, Irlanda, Nuova Zelanda e Australia sono aumentate, e quelle dall’Unione europea sono cresciute di oltre cento milioni di dollari secondo i dati di Global News. Il divieto americano apre adesso il movimento opposto, perché il Canada ha esportato negli Stati Uniti spirits per 948,6 milioni di dollari nel 2025, circa 818 milioni di euro, pari al 93% del valore complessivo del proprio export di distillati secondo Spirits Canada: da fine settembre quel canale si chiude quasi per intero, e i produttori canadesi si troveranno a cercare mercati alternativi con l’Europa come destinazione più ovvia.
Chris Swonger, presidente e amministratore delegato del Distilled Spirits Council statunitense, ha commentato la stretta chiedendo un negoziato. «Da più di un anno e mezzo sono i distillatori americani a sostenere il peso di questa disputa commerciale», ha detto a The Spirits Business, aggiungendo che la rimozione degli spirits statunitensi dagli scaffali delle province canadesi ne ha fatto crollare l’export di oltre il 70% e che serve «una soluzione negoziata che restituisca al settore un quadro tariffario permanente a zero contro zero». Sull’altro versante Spirits Canada aveva già invocato a luglio «l’urgente necessità di una soluzione coordinata e negoziata fra i due Paesi». Dal vuoto lasciato dai marchi americani intanto qualcuno ha guadagnato, perché Pernod Ricard, che possiede il whisky canadese J.P. Wiser’s, e Diageo hanno entrambi registrato vendite in crescita in Canada da quando le etichette statunitensi sono diventate introvabili.
«Come accade da diciotto mesi, la nostra priorità resta proteggere e sostenere i lavoratori, gli agricoltori, le famiglie e le imprese del Canada da queste azioni ingiustificate», ha scritto su X il ministro per il commercio con gli Stati Uniti Dominic LeBlanc, citato da Just Drinks, dicendo che Ottawa sta valutando le nuove misure e che l’attenzione del governo va a «costruire forza in casa e diversificare le collaborazioni all’estero».

