Roma Bar Show 2026: una fiera che torna a essere fiera. Ma è sufficiente?

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Era la sesta edizione, ma il debutto del Roma Bar Show a La Nuvola, dopo cinque anni al Palazzo dei Congressi, ha avuto tutto l’aspetto di un nuovo inizio. Le stime dell’organizzazione raccontano di quindicimila visitatori (diciassettemila lo scorso anno), circa duecento espositori, trecento buyer fra Italia ed estero e oltre centocinquanta giornalisti accreditati: numeri non clamorosi e non di poco conto, per quanto non gli unici punti da considerare.

Il co-fondatore Andrea Fofi lo aveva detto anche tra le pagine del terzo numero cartaceo di The Garnish: l’obiettivo di Roma è superare Berlino, affermarsi come la manifestazione B2B di riferimento in Europa (e magari con mire ulteriori). E si è in effetti avuta la sensazione di una fiera “più fiera” che in passato: spazi più ariosi (certo anche leggermente più dispersivi), decibel giusti, la possibilità di assaggiare e scambiare con la dovuta calma. Le conversazioni negli stand sono state di qualità, con ritmi da appuntamento di lavoro che si confanno a un momento del genere (sembra secondario, ma c’è finalmente stato un deposito bagagli funzionale, e fa tutta la differenza del mondo se si vuole attrattiva Inter azionale con player che giungono apposta): chiaro che l’aspetto ludico è rimasto e ben venga, ma si è avuta molto meno la sensazione di trovarsi costantemente in un corridoio affollato.

Il Buyers Program costruito con Fiere di Parma e ICE – Agenzia aveva d’altronde messo a disposizione una piattaforma di matchmaking che ha permesso di fissare gli appuntamenti B2B prima di arrivare in fiera. «Dobbiamo continuare a sostenere questa e altre iniziative che nel mondo contribuiscono a promuovere il nostro Made in Italy», ha detto il presidente di ICE Matteo Zoppas all’inaugurazione, ricordando l’impegno crescente dell’agenzia sul progetto.

Anche l’affluenza ha tenuto senza riprodurre gli eccessi delle edizioni passate, quando la calca di fine pomeriggio aveva poco a che vedere con una manifestazione professionale. Certo l’Agave Village è un tentazione difficilissima da rifuggire, per cui almeno su questo si può chiudere serenamente un occhio, soprattutto a fine giornata (martedì più magro del lunedì, che è storicamente il giorno libero dei bartender). Poteva forse reggere meglio la pulizia di alcune aree, che insieme a ghiaccio e sicurezza (apparentemente impeccabili) è una delle colonne portanti per la riuscita tecnica di un bar show.

Più dolente il tasto relativo alla formazione professionale: il programma era ricchissimo sulla carta, distribuito fra Auditorium, RBS Academy by Perrier, Business Room, One to Watch, Tasting Room, Open Stage e Mexico Talk Arena, con nomi come David Wondrich, Sean Finter, Angus Winchester, Ian Burrell e Danil Nevsky, insieme a programmi di conversazione tematica come gli appuntamenti firmati The SheSide. L’Auditorium (spazio bellissimo anche se bollente) però non si è mai riempito, e la risposta complessiva agli appuntamenti formativi è rimasta sotto le aspettative che il cartellone lasciava immaginare. È una questione annosa, purtroppo tipicamente italiana, dato che più di uno degli speaker ha sottolineato come il Roma Bar Show sia praticamente un unicum, in negativo, sotto questo punto di vista. Servirebbe forse una migliore comunicazione interna alla manifestazione: gli appuntamenti sono stati pubblicizzati poco durante le due giornate, pochissimi annunci e cartelloni seminascosti. Servirebbe, poi, molta più voglia da parte del pubblico di impegnarsi per la propria crescita; ma questo dipende ben poco dall’organizzazione.

In definitiva, è chiaro ci saranno pareri discordanti impossibili da dirimere. C’è stata una sterzata evidente. Rimane la domanda solita: si torna da Roma con qualcosa in più? Le aziende sapranno dirlo (da vedere chi confermerà il prossimo anno); i bartender, a giudicare dalle sedie vuote, lo sanno già. E magari vorranno fare qualcosa per cambiare risposta.

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