Sandrae Lawrence, il racconto di chi racconta

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Ci sono momenti peggiori per fermarsi. Nel 2024, al cinquantesimo numero, la rivista The Cocktail Lovers ha vinto il suo secondo Spirited Award a Tales of the Cocktail, a New Orleans, e nello stesso periodo ha annunciato che la pubblicazione, nella forma che i lettori conoscevano, si sarebbe fermata. Premio e stop insieme raccontano meglio di qualsiasi analisi cosa sia diventato fare informazione sul bere: si moltiplicano i riconoscimenti, ma mancano i fondi. «I brand hanno smesso di darci una mano», riassume Sandrae Lawrence, fondatrice della rivista a Londra nel 2011 e da allora osserva il settore da una delle poche posizioni davvero indipendenti. «Avevamo gli abbonati, ma distribuivamo le riviste gratuitamente e spendevamo molto. Serviva fermarci e ripensarci».

Meno riviste, più budget

Quindici anni fa, del resto, il mestiere era un altro. «Nel 2011 il panorama era molto diverso: i brand spendevano di più ed erano creativi, c’erano meno riviste e più budget. Noi eravamo orientati al consumatore curioso, e volevamo raccontare perché questo settore fosse pieno di persone appassionate e a loro modo geniali, meritevoli di attenzione professionale e sociale». Poi a leggerli sono stati soprattutto i professionisti: «Ci ha adottati un pubblico di bartender, quindi è leggermente cambiato il tono di voce per cercare di raggiungere entrambi i mondi». La pausa non è una resa, e anzi, il ritorno ha già una forma: un’uscita annuale, nei negozi e non solo per gli abbonati, con un taglio più lifestyle. «C’è appetito per il longform fatto bene, per l’artigianato. Magari i numeri sono bassi, ma la nicchia c’è».

Lo sguardo esterno

Nel frattempo è cambiato anche l’oggetto del racconto: quindici anni fa un bar veniva raccontato da qualcuno come Lawrence, oggi invece si racconta da sé, e spesso lo fa bene. «Alcuni bar comunicano benissimo, ed è positivo: hanno un seguito molto leale, si vede dai numeri. Allo stesso tempo, però, cominciano a dire sempre la stessa cosa, esclusivamenteattraverso le loro lenti». Ed è esattamente lì che si vede a cosa serva ancora una testata: «Lo sguardo esterno è fondamentale, perché serve a validare quel contenuto, e credo che il pubblico lo capisca. Noi non scriviamo troppo, non diamo notizie, piuttosto raccontiamo e divulghiamo: non voglio rigurgitare comunicati stampa, voglio contribuire con un mio punto di vista».

Una al giorno, forse

Nella posta del mattino della comunicazione di settore, si è bombardati di stimoli che spessissimo sono privi di significato. Avere un punto di vista significa soprattutto selezionare:«Forse uno spunto al giorno può davvero interessarmi. Le cose importanti sono quelle che hanno una profondità umana, non quelle di mercato o di marketing: io posso contribuire con il mio entusiasmo personale, ma deve esserci una ragione». Il consiglio alle PR è meno tecnico di quanto ci si aspetti: conoscere le realtà con cui si parla e, meglio ancora, «prestare attenzione ai dettagli. Non si ha un’idea di quante volte io legga il mio nome scritto male».

La dimensione fumosa

Resta poi il nodo che nessuno può fingere di non vedere: di solo giornalismo, in questo settore, non vive quasi nessuno, per cui è si procede a giudicare nelle competizioni, si modera, si fa consulenza, si scrive per i brand. Lawrence non si nasconde dietro il purismo. «La presenza dei brand è necessaria. Le competizioni e le moderazioni sono un conto, i press trip un altro. Le prime sono attività fondamentali, per l’industria e per noi, e non credo minino la nostra credibilità: anzi, possono aiutare il personal branding del giornalista». Sui viaggi la distinzione si fa più sottile: «Un viaggio può aiutarti a immergerti in una categoria particolare; certo, sei bombardato da quel singolo brand, ma poi sta a te scremare quello che può essere utile o coerente. Ultimamente, in realtà, sono i bar a organizzare i viaggi e gli inviti, con l’obiettivo di votazioni o premi». Nessuna regola scritta, quindi, ma una responsabilità individuale: «È di certo una dimensione fumosa, ma una soluzione si può trovare. A un certo punto sei tu a dover essere soddisfatto della tua credibilità e della tua autenticità».

L’euro sul team

E se un titolare le chiedesse dove spendere il prossimo euro di comunicazione, la risposta non riguarderebbe la comunicazione. «Dipende dal bar: quello indipendente ha risposte diverse dal bar d’albergo. Ma in tutta onestà direi di spendere per rafforzare il team. Spendere per le PR è utile, se si può, ma la vera forza restano le persone, a maggior ragione adesso che è così difficile trattenere lo staff e che qualità e servizio calano. Se puoi spendere denaro per avere un team sano, tutto il resto migliora di conseguenza. Aprono tantissimi bar e non ci sono abbastanza professionisti di qualità».

Quello che non si delega

La cocciutaggine, del resto, se la tiene anche per il proprio mestiere, adesso che le redazioni sono schiacciate tra intelligenza artificiale e creator: quello che non delegherebbe mai è «la scrittura, di per sé. Scendere nei meandri della ricerca è impagabile: avere una risposta rapidamente non è soddisfacente quanto imparare tutti i passaggi necessari per arrivarci». E la cosa da difendere così com’è, anche se costa e non rende, non si misura in copie né in visualizzazioni. «Le connessioni. In questi anni abbiamo incontrato, al bar o grazie al bar, persone che si sono rivelate incredibili. Il contributo umano che il bar dà al mondo è incredibilmente sottovalutato, e ne abbiamo bisogno: l’ospitalità dovrebbe essere prescritta dai medici. Le persone e le connessioni non sono misurabili, e sono preziosissime. Nessuna tecnologia potrà mai sostituirle».

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