Santoni, giù il cappello

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In un van che attraversa piano la vie del centro di Firenze, una domenica pomeriggio di mezzo sole, Luca Missaglia racconta delle tre colonne su cui la storia di Amaro Santoni si poggia da quasi un secolo: convivialità, territorio e famiglia. Troppe storie legate a brand cominciano con parole simili, divenute ormai stereotipate e ridondanti, ma questa volta si è andati finalmente oltre: il racconto di Missaglia, managing partner di Santoni ed ex volto noto dell’ospitalità londinese (gruppo Aqua su tutti), è il preludio di un giorno e mezzo in cui il team dell’azienda di Chianciano Terme dimostrerà una impressionante e gentile potenza, mettendo in pratica quello che predica.  

Il culmine di questo incontro in Toscana, che ha raccolto bartender, stampa e le immancabili personalità non meglio definibili dell’industria del bere (miscelatori e miscelatrici, o ex tali, che al tempo stesso sono social media manager, content creator, consultant. Nanni Moretti avrebbe risposto “Sì, ma nel concreto?”) è il disvelamento del nuovo Santoni L’Aperitivo. Il pretesto, per meglio dire, perché la presentazione dura pochi minuti, mentre prima, dopo e tutto intorno si dipana l’universo Santoni: accanto a Missaglia compare Simone Caporale, il pluripremiato nome italiano per eccellenza nel bartending contemporaneo (Sips e Boadas a Barcellona, Montana a Hong Kong) qui in veste di Global Ambassador Partner, sostenuto da Christian Ponziani e Marella Batkovic. Un team solidissimo, che con i piedi per terra aderisce alla filosofia Santoni come un guanto, e se ne lascia investire.

Stefano Santoni accompagna con discrezione la truppa per le vie del borgo che rappresenta e lo rappresenta, sciorinando senza fare rumore l’impatto e il legame che la sua azienda ha appunto con il territorio. Inteso in senso viscerale e culturale, non solo legato agli ingredienti del prodotto principe della gamma (anche perché il rabarbaro è cinese, e c’è poco da farci), linguaggio ormai strautilizzato con il rischio di diventare vuoto. Si presenta la sindaca, suona la banda cittadina con la guida del direttore della scuola di musica, ci si ferma a omaggiare il padre di Stefano, Gabriello, cui è dedicata la Porta al Sole da Stefano ristrutturata e restituita a Chianciano. Si percepiscono il rispetto e il valore che Santoni ha coltivato e meritato nel tempo. La stessa Casa Santoni, stupendo e non opulento quartier generale aggiornato con un investimento da cinque milioni lo scorso anno, non stravolge il circondario, ne mantiene l’identità, è “ospite della natura” come ha ben descritto l’architetto Monica Rossi, creatrice del progetto. Le curve della nuova etichetta, brillantemente firmata dallo studio italiano Stranger&Stranger, richiamano i rilievi della leggendaria porta del battistero di Firenze.

Sia chiaro, il processo di produzione del nuovo arrivato (16% ABV) è complesso e di altissimo qualità, trentaquattro erbe aromatiche infuso a freddo singolarmente non sono una passeggiata, men che meno lo è il trattamento dell’imprescindibile rabarbaro, del quale viene utilizzato solo il cuore in più consistenze (sarebbe stato in effetti bello poter assaggiare la gamma, o comunque un momento dedicato ai singoli prodotti). Ma il contenuto prezioso e coerente, che viene fuori in queste trentasei ore, è altro. C’è tutto il tempo per ripercorrere i decenni dell’azienda, che la moglie di Gabriello ricorda essere “nata in un garage, io mettevo le etichette e mio marito andava per bar con le bottiglie”. Gabriello incontra poi un signore tedesco che gli trasmette la passione per le infusioni, fino a sfidare argutamente la società che lo circondava: quando negli anni Sessanta crea l’amaro (16% alc.), arriva a pubblicizzarlo come “il vigile del fegato” (con tanto di scritta sul camioncino d’ordinanza) per attirare i visitatori di Chianciano che il fegato qui venivano a curarselo alle terme. 

Il Santoni contemporaneo deriva da una ricetta vecchia e mai finalizzata, con rabarbaro, foglie d’oliva e iris locale, tanto da realizzare il desiderio di Stefano di “imbottigliare Firenze e la Toscana”. In bottiglia ci finisce ben di più alla fine, perché le erbe aromatiche sono eccellenti, ma il fattore umano è la vera spinta. Stefano Santoni è il cuore saggio e silenzioso, Missaglia e Caporale le anime carismatiche, l’intero team una macchina perfetta capace di muovere cento persone per due giorni senza un intoppo; e soprattutto senza che un evento del genere, potenzialmente etichettabile come uno dei tanti nel carrozzone di ritrovi instagrammabili e inutili che ormai affollano il carrozzone del bar, cada nella trappola. Per una volta, convivialità è davvero il termine che meglio descrive un’idea. Gabriello, impegnato a trattare dal suo camioncino, sarebbe stato ben fiero.