Questo articolo è uscito anche sul secondo numero cartaceo di The Garnish
La parola «convivialità» viene maltrattata e svilita come poche altre, perché viene maneggiata come se fosse ovvia, e si finisce per appiccicarla al bar quasi per riflesso condizionato. Poi, quando si prova a definirla davvero la faccenda si complica. Cos’è, quanto di essa dipende da un bar e quanto dalle singole persone. La direttrice di Mixer Rossella De Stefano, trent’anni di mestiere nell’editoria di settore inseguendo e raccontando “belle storie sul mondo del fuori casa”, si è confrontata con Carlo Carnevale sul secondo numero del 2026, partendo proprio dalla parola.
«La convivialità è una definizione semplicissima: stare bene insieme a qualcuno, condividere. Il bar, la dimensione che ci viviamo, si sposa benissimo con questo, e noi comunicatori associamo le due parole quasi in automatico. Forse, però, negli ultimi tempi è proprio lo stare bene insieme a essere venuto a mancare. Quindici anni fa al bar ci si andava perché era esso stesso a raccogliere e contenere la convivialità; oggi ci si va per appartenenza. Ci vado perché mi ci identifico, con il locale e con la sua community, e di conseguenza voglio condividerlo sui social».
Certo. Così però rischiamo di raccontarci sempre un mito. Quello dei bar di un tempo, luoghi di socialità vera, prima che arrivassero gli schermi a guastare tutto. Non si capisce dove sia il confine tra storia e nostalgia
«Se pensi al bar di paese di una volta, è davvero così: ci si trovava a giocare a carte, c’era la piazza, il gestore conosceva tutti. Sembra uno stereotipo, ma le piccole comunità di provincia conservano ancora quel ruolo lo. Noi poi tendiamo a rendere tutto Milano-centrico, e allora no, il bar di Milano ha già rimosso quella dimensione urbana e quei valori».
Sembra ci sia una continua operazione nostalgia in corso, che mitizza quello che è stato e poi però lo ripropone in chiave ritrita e finta
«Quel bar lì non si può ricreare. I locali nuovi che aprono spacciandosi per “quelli di una volta” non lo sono, perché la società è cambiata e quei valori, oggi, vengono soltanto strumentalizzati. La convivialità di un tempo, aggiunge, non è più sostenibile per il semplice fatto che non lo sono più i rapporti sociali che le davano una funzione: è cambiato il modo di vivere, e i bar si adeguano».
Alcuni locali degli Stati Uniti vietano l’utilizzo di “schermi” al proprio interno. Tavoli comuni obbligati, niente wi-fi, il cestino per i telefoni all’ingresso: il bar che pretende la conversazione vera, come se, dato non si può ricreare, si volesse imporre la convivialità.
«Capisco il fascino del racconto, il ritorno alla chiacchiera autentica. Ma è una finzione: il cellulare lo riprendo appena fuori dalla porta, se non addirittura quando vado in bagno. E comunque mi serve, per pagare, per tradurre, per leggere il menu. Non c’è nulla di educativo. Anzi, il divieto stesso diventa storytelling: vietare i telefoni è una limitazione, ma dichiararlo come strumento di marketing funziona, perché la gente ci viene apposta. C’è una parte di pubblico che quell’esigenza ce l’ha, eccome. Solo che le risposte sono diverse, e quasi mai passano da un divieto».
Poi ci si mette la comunicazione. Premi, classifiche, copertine: per anni la stampa di settore ha celebrato il bar più fotogenico e il bartender-star. Noi comunicatori del bar siamo forse tra i registi della deriva che oggi lamentiamo.
«Si dà visibilità a ciò che è già visibile. Nessuno bazzica più i bar, nessuno si fa i chilometri per andare a toccare con mano come lavorano certi indirizzi: si studia tutto a tavolino, dai social e dalla rete. E così si portano avanti locali bravissimi online, che nella realtà magari non lo sono, e in cui tu, che ne scrivi, non hai mai messo piede».
Però c’è poco da fare i moralisti. Che ci piaccia o meno, un bar senza presenza social, oggi, fatica a sopravvivere.
«Non sono affatto contraria ai social, ci mancherebbe. I bar non hanno più un sito o un numero di telefono, si presentano e sono contattabili sulle proprie pagine, che sono ormai fondamentali. Il punto è la coerenza: con quello che sei, con le tue idee, con la tua miscelazione. Non importa se non spieghi ogni passaggio o se non usi il chunk di ghiaccio, purché sia coerente con quello che vuoi essere. Perché da lì passa anche il modo in cui i tuoi ospiti vivono il tuo luogo: non si sta perdendo solo la convivialità. Stiamo smarrendo l’autenticità dell’ospitalità».
Queste giovani, nuove leve che guardano solo ai social.
«No, questo è un equivoco. Parliamo delle abitudini della generazione Z come se professionisti e consumatori fossero due mondi separati. Non lo sono: sono tutti generazione Z, la stessa sfera culturale. L’incoerenza tra il personaggio sui social e la persona reale è semmai una mancanza di strategia. Ma con la convivialità, di per sé, non c’entra».
Diciamocelo, allora. Ci si divertiva di più, prima?
«Assolutamente no. Ci si diverte dove si sta bene, sempre. Il bar di una volta non era necessariamente un bel posto, eppure oggi lo mettiamo tutti alla gogna. Nel frattempo ci siamo evoluti, professionalmente, e meno male: una volta il lavabicchieri stava chiuso in uno sgabuzzino, non c’erano contratti decenti, non c’erano le tecniche di adesso. Bere bene non era scontato, mangiare al bar nemmeno. Divertirsi è stare bene, e oggi si può fare. Semplicemente non ovunque: non in quei locali che spingono su tutto tranne che sulla convivialità».


