Esserci senza esserci: salviamo i bar dalla deriva social

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Questo articolo è uscito anche sul secondo numero cartaceo di The Garnish

Quattro persone sedute allo stesso tavolo, ognuna a fissare il proprio feed, con un cocktail davanti

che pare intatto o quasi. Quel poco che si parla lo si dice senza alzare gli occhi né smettere di muovere i pollici in su e in giù sullo schermo. Bartender che cercano di intercettare uno sguardo per offrire la cortesia di rito, e faticano a trovarne uno. È un venerdì sera ormai stereotipato nelle grandi città o nelle province: il bar, dopo secoli trascorsi a essere il cuore pulsante delle relazioni umane, sta perdendo silenziosamente la sua funzione sociale più profonda.

Dove si è fatta la Storia

I caffè letterari, le osterie di paese, i bistrot parigini, i pub londinesi: il fuori casa è sempre stato il luogo in cui si forgiavano amicizie, alleanze politiche, storie d’amore, rivoluzioni intellettuali. Ci si entrava con (o senza) convinzioni, se ne usciva con un’idea appena nata, una conoscenza in più, per i nostalgici addirittura con un nuovo numero in rubrica. L’energia di sguardi e voci, odori e regole non scritte è ciò che ha sempre distinto un bar da un semplice esercizio commerciale. E sta scomparendo nella nebbia di trend e piattezza culturale.

Social (discon)network

Bicchieri necessariamente fotografati prima di essere bevuti, eventi tarati su reel da quindici secondi (ad andare lunghi), listini costruiti attorno a direttive di brand che a loro volta sono influenzati da ciò che gira sui social media. È giusto considerare le aspettative nuove delle generazioni altrettanto nuove. Ma stiamo assistendo alla trasformazione del bar in un set fotografico in cui si transita, si scatta e si va, lasciando dietro locali sempre più affollati eparadossalmente sempre più vuoti e silenziosi. La convivialità sembra essere un ricordo offuscato.

Cavalcare l’onda è una tentazione più che legittima, con orde di locali che prima ancora di aprire pianificano calendari di eventi e collaborazioni e guest shift e attivazioni; è tutto comprensibile, soprattutto in un settore con margini sempre più asfittici. Ma se questa è l’unica direzione possibile, se l’identità del locale viene messa in stand-by per inseguire un’estetica che cambia ogni sei mesi e premia chi grida di più, allora ci si avvicina a passi paurosi verso il punto di non ritorno.

Ode agli osti

Gloria al lavoro più silenzioso, fatto di gesti minimi e di attenzioni quotidiane, che certi locali portano avanti quasi controcorrente. All’ospitalità dei camerieri che ricordano i nomi, dei bartender che asciugano bicchieri e ancora sanno far ridere, degli ospiti che tornano perché si sono sentiti accolti, riconosciuti, ascoltati e non perché è trascorso troppo tempo dall’ultimo selfie con il neon del bagno (che ha il suo valore eh). È un investimento sul lungo periodo, su quel patrimonio invisibile che sono le relazioni umane: sono quelle che rendono un indirizzo l’unica risposta a chi chiede dove andare, e finalmente sarà il caso di dire che “bere bene”, come si legge nelle liste online che si moltiplicano, è assolutamente secondario rispetto allo “stare bene”. E quelle relazioni sono le stesse che permettono di tirare avanti quando i brand avranno chiuso i rubinetti, perché che piaccia o meno, ciclicamente accade.

Cosa siamo

È di quell’energia e di quelle dinamiche sociali che il bar italiano deve nutrirsi e deve farsi custode, ponendosi una domanda scomoda: che tipo di luogo vuole essere nei prossimi dieci anni, una vetrina ricca ed effimera, o un tetto stabile e duraturo? Perché non è certo (soltanto) con i riflettori che si costruisce il successo di un locale, di qualsiasi significato sia composto il termine “successo”; piuttosto, è con una serata silenziosa di novembre alla volta, quando al banco ci saranno “i soliti” e sarà evidente che il bar è come dovrebbe essere.