Diageo, via libera al passaggio di EABL ad Asahi

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A Kisumu, sul lago Vittoria, una ditta keniana di costruzioni aveva rimesso a nuovo uno stabilimento della birra e aspettava di incassare ciò che un arbitro stava per riconoscerle, circa 2,45 miliardi di scellini (poco più di 16 milioni di Euro). Poi ha visto il padrone della fabbrica prepararsi a vendere tutto e a lasciare il paese, e ha provato a inchiodare l’operazione davanti ai giudici. La settimana scorsa l’Alta Corte di Nairobi le ha detto di no: la cessione del 65% di East African Breweries da parte di Diageo alla giapponese Asahi può andare avanti.

È l’ultimo ostacolo caduto su un affare da circa 2,3 miliardi di dollari netti, valore d’impresa attorno ai 4,8, annunciato a dicembre. EABL è il maggiore gruppo birrario dell’Africa orientale: oltre un secolo di storia fra Kenya, Uganda e Tanzania, marchi come Tusker, Senator e Kenya Cane. Diageo ne teneva la maggioranza tramite una società keniana, che ora passa ad Asahi insieme a una fetta del polo spirits locale; il flottante resta in Borsa. Chiusura prevista nella seconda metà del 2026, con due delle tre autorizzazioni già ottenute — Uganda e Tanzania — e l’antitrust keniano ancora da convincere.

Diageo completa così lo smantellamento delle proprie operazioni nell’Africa birraria, avendo ceduto negli ultimi anni la Guinness nigeriana e quella ghanese, gli impianti di Etiopia e Camerun. Evidente il programma di tagli e riduzione del debito, appesantito dai dazi americani — stimati intorno ai 150 milioni di dollari l’anno — e da vendite fiacche oltreatlantico. Il gruppo non sparisce dai consumi della regione: cede gli stabilimenti e trattiene i marchi, con licenze a lungo termine perché EABL continui a produrre Guinness, Smirnoff e i ready-to-drink e a distribuire gli spirits premium, Johnnie Walker compreso. Possiede l’etichetta, quindi, ma affitta le sedi di produzione.

Non si tratta, peraltro, di un caso isolato. Un ex distributore, Bia Tosha, trascina con EABL una lite sulla distribuzione che risale al 2016; un azionista di minoranza chiede che Asahi estenda a tutti i soci le stesse condizioni pattuite con Diageo. Li accomuna il timore di restare col cerino: chi si insegue, quando il venditore ha già lasciato il continente con l’assegno in tasca? Finora i giudici hanno guardato altrove — al pubblico interesse e ai circa 42 miliardi di scellini di imposta sulle plusvalenze attesi dall’erario keniano — e hanno lasciato correre l’operazione, rimandando quelle dispute alle sedi ordinarie. Le controparti parlano di nessun legame fra le vecchie cause e il passaggio di mano; i ricorrenti rivendicano invece diritti che dopo l’addio rischiano di valere come carta straccia.