Come si può facilmente immaginare, la birra copre il 72,1% dei volumi di alcol venduti in Germania; meno prevedibile è come essa generi appena il 18,1% del gettito fiscale sull’alcol; il vino fermo, un quinto dei volumi, addirittura non paga alcuna accisa; gli spirits, fermi al 4,6% dei volumi, valgono da soli quasi il 70% delle tasse. Su questa piramide rovesciata il governo federale ha deciso di caricare ancora il vertice: dal 1° gennaio 2027 le accise su distillati, spumanti, vini liquorosi e alcopop saliranno del 20%, mentre birra e vino fermo restano fuori dal provvedimento. L’associazione dei produttori e importatori di spirits, la BSI, ha risposto contestando i conti del ministero delle Finanze e chiedendo una valutazione d’impatto solida e trasparente prima di procedere.
Il conto in discussione vale 385 milioni di euro l’anno, il gettito aggiuntivo che Berlino si aspetta dalla misura. Secondo la BSI quella stima presume che i volumi e i fatturati restino intatti dopo il rincaro, un’ipotesi smentita dall’elasticità dei prezzi, dal calo strutturale del mercato tedesco — attorno all’1% l’anno — e dalle minori entrate Iva che ne seguirebbero: al netto di tutto, sostiene l’associazione, l’incasso reale sarebbe sensibilmente ridotto. In cifre pratiche, la tassa sull’alcol puro passerebbe da 13,03 a 15,64 euro al litro, circa un euro in più su una bottiglia di vodka da 0,7 litri, mentre l’accisa sullo Sekt salirebbe da 1,02 a circa 1,22 euro a bottiglia.
Per il governo la misura tiene insieme bilancio e salute. Il ministro delle Finanze Lars Klingbeil, presentando la bozza di bilancio 2027, l’ha riassunta così: «Ciò che fa ammalare diventerà più caro». Dietro la scelta pesa la raccomandazione di una commissione del ministero della Salute, secondo cui il rincaro eviterebbe circa mille casi di cancro l’anno, e un sondaggio Deloitte tra gli assicurati delle casse pubbliche registra una maggioranza favorevole alle tasse di prevenzione su alcol e tabacco, pur di non toccare le prestazioni sanitarie.

Proprio sull’intreccio tra fisco e salute la BSI concentra l’obiezione più affilata, per bocca della direttrice Angelika Wiesgen-Pick: «Non si può ipotizzare il calo dei consumi e dare per certo il gettito». L’associazione ricorda inoltre che il 95% degli adulti tedeschi consuma in modo moderato (NielsenIQ 2025), che il rincaro graverebbe soprattutto sui piccoli e medi produttori — dai Korn regionali alle distillerie di frutta — e che i confini aperti con nove Paesi rendono concreto lo spostamento degli acquisti oltre frontiera.
La linea tracciata dal fisco tedesco tocca da vicino anche l’export italiano, e in un punto curioso passa dentro la stessa denominazione: la Schaumweinsteuer colpisce le bollicine con almeno 3 bar di pressione, quindi Champagne e Prosecco Spumante, mentre il frizzante ne resta esente. Il rincaro dei prodotti intermedi investe poi vini liquorosi e aromatizzati fortificati, dal Marsala a gran parte dei vermouth, oltre ad amari e liquori che in Germania hanno uno dei loro primi mercati esteri.
Tutto questo cade su una domanda che si restringe da sola: i consumi di alcol tedeschi sono scesi del 5% nel 2025 e IWSR li vede inferiori del 14% al 2035. Dopo i dazi americani sul fronte atlantico, per il settore si apre così anche un fronte fiscale interno europeo, con una base imponibile che si assottiglia e aliquote che salgono per compensarla. La norma entrerà nella legge fiscale annuale, il Jahressteuergesetz; i dettagli, ammette lo stesso ministero, sono ancora in via di definizione, e la BSI ha messo sul tavolo cinque questioni da chiarire prima del voto.


