Questo articolo è uscito sul cartaceo del secondo numero di The Garnish
Tra i manifesti pubblicitari in via Montenapoleone, la strada del lusso di Milano, spunta a un tratto una figura intera dai capelli candidi: un modello, altroché, ma soprattutto un oste. Nelle rughe che cerchiano uno sguardo che guarda fin troppo nel profondo si nascondono le storie degli oltre quarant’anni di un bar che da Monaco di Baviera si è consacrato come uno dei templi del bere miscelato nel mondo. È la creatura di Charles Schumann, il modello appunto, che dello Schumann’s Bar è fondatore, anima e insegna vivente.
Il tempio
Lo Schumann’s Bar è la costola di Adamo dell’ospitalità bavarese e in realtà di buona parte di quella europea. L’intera città è disseminata di locali (Bar Tabacco, Pacific Times su tutti) che in qualche modo ne ricalcano il design o l’impostazione, dai banconi in mogano ai grembiuli che Schumann ancora oggi che va per i novant’anni lega attorno alla vita mentre serve ai tavoli. È il risvolto pratico di una teoria raccolta in una schiera di libri firmati dallo stesso Schumann, capeggiati dal mitologico American Bar, volumetto rilegato di dosi e ricette personali divenuto oggetto di culto e linea guida per generazioni di bartender.
La danza
Sia detto anche chiaramente. Forse non è qui che dovreste citofonare per i migliori cocktail della vostra vita; piuttosto, è qui che dovreste accorrere per osservare un team che sembra un orologio, a danzare, bartender e barback, nello spazio ristretto di un bancone in cui nessun movimento è sprecato. E perché no, a godere di una delle migliori bistecche della città. Schumann ha fatto scuola perché tra i pionieri della nuova dignità dell’oste, della giacca bianca e dell’attenzione all’ospite, che oggi sono mantra ai più alti livelli eppure ancora troppo spesso sono sacrificati in nome di evaporatori rotanti e classifiche.
La sala
Dall’elegantissima Odeonsplatz (qui dal 2003; lo Schumann’s originale era in Maximilianstrasse, aperto nel 1982. Attorno crescono i satelliti: il Tagesbar, perla diurna con una fila di romanticissimi Cordial Campari in bella esposizione, e dal 2013 il Les Fleurs du Mal, al piano superiore, oltre a un gemello in Giappone) si accede alla sala principale, uno stanzone con pochi fronzoli e infinita sostanza: legni scuri, luce bassa, un brusio educato che come colonna sonora che va mescolandosi agli echi provenienti da una meravigliosa corte interna sul retro. I classici eseguiti con la pignoleria di chi li ha codificati, qualche firma della casa che richiama il mitico Tki Bauhaus, ripulito da ogni kitsch. E pensare che i successi giovanili di Schumann’s raccontano di Swimming Pool gonfi di panna che negli anni Ottanta lo resero celebre: la maturità è una sottrazione continua.

L’uomo
Per comprenderla si risale al ragazzo dell’Alta Baviera che prima di trovare il bancone aveva provato di tutto — il collegio vescovile, la guardia di frontiera, perfino una formazione consolare — e che a trent’anni, nei club del sud della Francia, si guadagnò il nome con cui il mondo lo conosce: Charles. Quando nel 1973 torna a Monaco, trova una cultura del cocktail relegata a hotel impolverati e beveroni per vecchi signori. Schumann si intesta l’impresa contraria: dimostrare che mescolare da bere è un mestiere d’arte. E ci riesce, arrivando alle vette del mondo e incappando in scontri culturali che ne crepano la statua: come quando nel 2019, quando The World’s 50 Best Bars lo incoronò Industry Icon, riemersero sue vecchie dichiarazioni — «un bar non è posto per una donna» — e la reazione della comunità internazionale fu durissima. Schumann restituì il premio nel giro di una settimana, con scuse che a molti parvero tardive.
L’eredità
È il bar che continua a insegnare, forse al di là del suo stesso padre. Insegna che un locale diventa istituzione quando non rincorre altro che non sia l’unica cosa che non passa di moda, la stanza piena di gente che sta bene, servita da professionisti che conoscono il proprio posto nel mondo. Una liturgia quotidiana, identica da decenni, indifferente a tutto, persino agli scivoloni del suo stesso creatore. Charles Schumann invecchia sulle pagine patinate e tra i suoi tavoli, e chissà quale dei due mestieri considera davvero suo. Ma la risposta, a ben vedere, l’ha data da tempo: i modelli posano, gli osti apparecchiano. E indossare un grembiule allacciato da mezzo secolo vale più di qualsiasi set fotografico.


