Leonardo Pinto: “Che vi serva di lezione”

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questo articolo è comparso sul cartaceo 1/2026 di The Garnish

Parlare di possibilità di carriera dei bartender in Italia è difficilissimo. È quasi garantito che qualcuno commenterà che “i giovani non hanno voglia di formarsi”. Il che appare ben strano, considerando che invece le occasioni sembrerebbero esserci eccome: c’è una confusione, un contrasto tra quello che potrebbe essere e quello che in realtà è. Come mai?

«È colpa della nostra generazione», sostiene Leonardo Pinto, tra i massimi esperti di rum al mondo e apprezzatissimo formatore con il suo progetto multi-livello Rum Master. «Fino a dieci anni fa la distinzione tra operatori e formatori era netta: pochi professionisti fornivano informazioni reali e tangibili. Oggi invece assistiamo a un’esplosione di formatori improvvisati che hanno anche successo grazie ai social media, ma senza basi solide e con ben pochi contenuti da trasmettere agli allievi».

Mercato e social

Le fonti si moltiplicano, il mercato si frammenta. Questo potrebbe indicare un mercato ricco e variegato, eppure le informazioni non evolvono mai, e vengono divulgate in modo statico. «Il mercato è gonfio, non ricco» prosegue Pinto, «perché la visibilità conta più contenuti. Se io domattina mi sveglio, apro una scuola per bartender e insegno come si shakera senza averlo mai fatto, potrei finire con l’avere un seguito solo perché ho un nome noto. La frammentazione è già difficile da navigare di per sé, e va ricordato che chi vi investe sacrifica tempo e denaro: se poi un corso tenuto da un professionista affermato viene messo al pari di un paio di reel, la situazione peggiora ancora».

È indubbio, però, che i social media siano ormai il veicolo di informazione principale, video e contenuti brevi sono chiavi di volta fondamentali per raggiungere soprattutto le nuove generazioni: ma è davvero colpa dei social se la formazione professionale declina? «No, sono un supporto preziosissimo. Il problema si manifesta quando la merce di scambio diventano i followers e non più il sapere. Se un bartender molto seguito diventa brand ambassador e parla di un prodotto, è un conto. Ma se viene assunto, o peggio ancora si autoproclama come “esperto” e inizia a insegnare a caso, si crea la discrepanza di cui stiamo parlando».

Guardando fuori

Pinto è coinvolto per buona parte dell’anno in viaggi di ricerca e divulgazione, giurie in competizioni e assaggi internazionali, consulenze: il confronto tra sistema di formazione italiano e estero è abbastanza naturale.«In linea di massima, i paesi più avanzati in miscelazione hanno accademie riconosciute, forti, che riuniscono mentori a loro volta affermati. In Italia si trova un parterre di aziende di formazione medio-piccole che sembrano tutte dello stesso livello. È interessante notare come si stiano sviluppando realtà molto valide, anche se ancora povere, in luoghi dove storicamente non c’è cultura del bere miscelato: sono stato a Mauritius lo scorso anno, o in Kenya, e ho trovato esempi mirabili perché c’è sete di contenuti»

Si potrebbe obiettare che la suddetta sete sia più naturale in contesti che non hanno la tradizione italiana, che è indubbiamente di qualità importante: «Certo, ma ci dimentichiamo che chiunque decida di frequentare un corso, lo fa proprio perché parte da basi minime, altrimenti non si formerebbe. Si da per scontato il settore, professionisti e comunicatori non si rendono conto che dietro una realtà solida si nascondono generazioni di giovani curiosi ma necessariamente inesperti. Siamo più avanti, ma dimentichiamo di guardarci indietro».

Priorità e futuro

Nello specifico, è sempre più frequente incappare in contenuti formativi che si concentrano quasi verticalmente sulla tecnica o sulla tecnologia, tralasciando la merceologia o l’aspetto storico della professione: il laboratorio, insomma, sembra assumere più importanza delle bottiglie. Forse converrebbe riprogrammare le priorità, eppure secondo Pinto «non esistono davvero priorità, sono tutti argomenti collegati. Senza conoscere i prodotti, non si possono creare cocktail eccellenti, e al tempo stesso sapere come miscelare ma non avere idea delle ricetta porta allo stesso (non) risultato».

Forse c’è da riprogrammare il sistema di formazione tutto, anche alla luce di come le disponibilità dei bartender stanno cambiando: corsi ed esperienze si incastrano sempre meno con quello che il lavoro al bar richiede oggi. «Assolutamente, è un’esigenza. Il mondo accelera, prima potevi fare tre giorni di ferie per formarti andando altrove, oggi non è possibile per costi e tempi. Io personalmente ho messo i corsi on demand, abbattendo quindi l’investimento per la trasferta e lasciando la libertà di decidere il tempo da dedicarci». Si va quindi verso una formazione esclusivamente da remoto? «No, l’interazione con un formatore farà sempre tutta la differenza e anche le nuove leve ne hanno bisogno. La vecchia scuola non si estingue, ma non può rappresentare l’unico modello formativo».