questo articolo è comparso sul cartaceo 1/2026 di The Garnish
“Vini e piattini” sembra ormai essere un mantra che riempie le strade d’Italia da una manciata d’anni. Si è giunti a un momento in cui quasi tutti gli indirizzi del genere si somigliano l’un l’altro per ingredienti, offerta, linguaggio. Eppure, c’è chi prova con successo a distinguersi ancora. Sornione a un vertice del quadrilatero di Torino si trova infatti CouCou, un bistrot di ispirazione francese che riesce benissimo in due sfide principali: far valere la propria identità, e prendere le distanze dal pensiero comune. Miscela, stappa, spadella recita il claim: ma guai a chiamare questo angoletto dall’accento d’Oltralpe un “enoteca con piccola cucina”.
Dream Team
«Volevamo un luogo semplice da vivere» racconta Giovanni Saracino, uno dei tre soci fondatori, «dove si può arrivare per l’aperitivo e proseguire fino a cena, ma con una struttura più compiuta, sia sul fronte cucina che su quello della miscelazione. Se non si usasse l’etichetta dei “piattini”, CouCou potrebbe essere definito un ristorante. Resta però un posto giovane, informale, non ingessato». Giovanni cura il bar, Luca Poccatino è in cucina e Martina Macori gestisce sala e cantina: li accomuna un trascorso professionale e personale in Francia, naturale fonte di ispirazione per il nome e soprattutto per l’impostazione del locale.
Francia ma non solo
Non è affatto un bistrot tradizionale, però: la matrice francese è soprattutto culturale e di sensibilità, mentre il modo di tradurla nell’offerta resta personale (poi, resistere a quei crostini con zuppa di cipolle è durissima). Se la carta dei vini è più territoriale e coerente (solo etichette francesi, con un’attenzione particolare orientata verso il mondo naturale), nei cocktail si parla più di uno stile di bevuta francese: i signature sono otto, affiancati da classici francesi (Boulevardier, Sazerac, Vieux Carrè) e una selezione di drink che richiamano una codifica francese anche nell’equilibrio gustativo: in generale, una parte più asciutta e meno alcolica, o comunque giocata su registri diversi rispetto alla classica cocktail list internazionale.
Farsi capire
Saracino sottolinea il vero focus: una miscelazione comprensibile e accessibile anche economicamente (9€ il prezzo medio di un drink), «perché troppo spesso vediamo prezzi altissimi e per nulla giustificati dall’offerta. E poi è il modo migliore per tenere testa a un territorio così ricco di cultura del vino: raccontare bene e chiaramente è fondamentale per attrarre un nuovo consumatore». La lista è snella, con poche preparazioni che siano il più semplici possibili, anche perché il banco è gestito da una sola persona: il Bonjour Martini è forse l’esempio più tecnico, una via di mezzo fra Espresso Martini e Breakfast Martini, con gin, pompelmo e caffè, poi sottoposto a milk wash.
La chicca
Strepitosa la proposta analcolica, che Saracino fa girare attorno a un elemento trascuratissimo, eppure dal potenziale clamoroso: «Ho una carta degli aceti, che possono essere di vino, di frutta, di miele e vengono tutti serviti con soda. È una proposta particolare, che suscita curiosità più di quanto inizialmente ci si aspettasse. In estate probabilmente la risposta è ancora più immediata, ma anche in inverno funziona bene, soprattutto come chiusura di pasto perché è un ottimo digestivo».
Il benessere
Tutti e tre i soci di CouCou hanno esperienza in ristorazione di alto profilo, e da qui deriva una visione di lavoro che mette una parola specifica sul piedistallo: il benessere. «Dire di voler far star bene gli ospiti può sembrare banale, ma tra questo e il riuscirci il passo è molto più complicato di quanto sembri. Teniamo molto a che anche il nostro staff (altri tre membri oltre a loro tre operativi, ndr) stia bene, perché sappiamo quanto complesso possa essere trovare condizioni di lavoro soddisfacenti in questo settore. E poi cerchiamo di star bene noi: le esperienze precedenti nel fine dining, dove non sempre si respiravano ambienti sereni e dove il carico di ore era spesso eccessivo, qui non devono rivivere».
Tradizione o identità?
C’è anche una riflessione critica sul concetto di tradizione, soprattutto in una città come Torino, dove secondo i tre soci la tradizionalità è spesso evocata a sproposito. Molti locali propongono piatti rassicuranti e ruffiani che finiscono per sembrare creati in serie, mentre i posti che lavorano davvero bene sulla tradizione sono pochi. «Il punto non è rifiutare le basi» sostiene Poccatino, «piuttosto reinterpretarle in modo personale. La tradizione può essere un punto di partenza fertile, ma non dev’essere una formula ripetuta meccanicamente. C’è anche una distanza biografica da una certa idea codificata di piemontesità: per esempio, il plin “tradizionale” non rappresenta necessariamente chi oggi cucina, anche se appartiene a una memoria familiare forte».
CouCou sembra quindi voler dare a Torino qualcosa di diverso: un locale che unisce ispirazione francese, cocktail intelligenti, vini poco convenzionali, cucina con struttura e una filosofia di lavoro più sana. Non un bistrot classico, non una semplice enoteca con piattini: un posto con una sua fisionomia precisa, e di questi tempi è già una gran vittoria.


