Un rum di radici cubane, prodotto nella Repubblica Dominicana, passato per fusti spagnoli e francesi e finito in botti di sake giapponese, imbottigliato in cristallo portoghese e presentato a Tokyo: la variopinta biografia di Sublime Kiku racconta bene la piega presa dal rum di fascia alta.
Ron Matusalem lo definisce l’espressione «più esclusiva e sofisticata» della sua storia, ne ha fatte 600 bottiglie per l’intero pianeta e le mette in vendita a 3.000 dollari l’una. Prima di arrivare al sake, il distillato ha attraversato un percorso a tappe: un solera ventennale di fusti ex-bourbon americani e botti spagnole da sherry invecchiate dieci anni, poi due anni in Francia dentro barrique ex-Premier Grand Cru di Bordeaux, quindi il finish nei fusti che avevano ospitato sake junmai, da un produttore giapponese non dichiarato. Il nome omaggia il kiku, il crisantemo imperiale giapponese, simbolo di nobiltà e longevità; il liquido esce a 40 gradi, in decanter di cristallo numerati dalla portoghese Vista Alegre, ciascuno con un’opera dell’artista Mari Ito e un certificato d’autenticità.
L’etichetta cubana racconta però una storia più turbolenta di quanto sembri. Matusalem nasce a Santiago de Cuba nel 1872 — il nome, dal patriarca biblico Matusalemme allude all’invecchiamento, e la casa fu tra le prime a portare il solera dello sherry nel rum, tanto da farsi chiamare il cognac dei rum — ma dopo la rivoluzione del 1959 la famiglia fondatrice andò in esilio e la fabbrica cubana passò allo Stato; oggi il distillato si produce nella Repubblica Dominicana, dove lo stabilimento è a regime dal 2016. Della cubanità è rimasto soprattutto l’uso in chiave di marketing: su formule come «lo spirito di Cuba» la casa ha avuto contenziosi legali, anche in Italia.
Sotto la guida di Cynthia Vargas, prima master blender esterna alla famiglia Álvarez giunta ormai alla quinta generazione, Matusalem ha inanellato negli ultimi anni un’edizione limitata dopo l’altra — il primo Sublime nel 2022 per i 150 anni, il Lefebre in botti di Bordeaux nel 2024, l’Enigma French Oak da ventitré anni a inizio 2026 — e il Kiku ne è il capitolo più costoso. È lo stesso movimento che attraversa il rum di gamma alta: Mount Gay debutta nei rum a dichiarazione d’età, Trois Rivières rifà la linea invecchiata, e la categoria insegue whisky e cognac sul terreno degli invecchiamenti e delle finiture esotiche, prezzi da collezione compresi — un campo dove il rum, privo delle regole d’invecchiamento severe dello scotch, gioca soprattutto sul racconto.
Lo fa però mentre i volumi arrancano — negli Stati Uniti il rum resta uno dei comparti più deboli, come mostrano i dati SipSource — e la corsa al lusso vale anche da difesa: alzare il valore dove il numero di bottiglie non cresce. Seicento pezzi da 3.000 dollari l’uno, battezzati a Tokyo davanti all’ambasciata dominicana e all’associazione giapponese del rum, non arriveranno mai su una carta dei cocktail: sono oggetti da collezione.
Il senso commerciale, del resto, sta altrove: un pezzo così fa da faro al resto della gamma — il Gran Reserva 15 e 23, quelli che si versano davvero — e da biglietto da visita del marchio in mercati come il Giappone. Del rum solera cubano nato per essere bevuto liscio rimane un decanter di cristallo numerato, avviato alle aste e alle vetrine dei collezionisti.


