Guerra dei dazi: gli USA si difendono dal boicottaggio canadese

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Una deputata repubblicana, Claudia Tenney, ha presentato al Congresso USA una legge — Combating Attacks on our National Alcoholic Drinks by Allies (acronimo di CANADA) Act — che ordinerebbe al rappresentante commerciale degli Stati Uniti di aprire entro trenta giorni un’indagine formale sul boicottaggio canadese degli alcolici americani. È l’ultima mossa di uno scontro che nell’ultimo anno ha fatto crollare di quasi due terzi l’export di distillati statunitensi verso il Canada, uno dei suoi mercati di sbocco più importanti.

A marzo 2025, dopo che Trump aveva imposto tariffe del 25% sulle merci canadesi e definito più volte il Canada un possibile «cinquantunesimo Stato», Ottawa ha reagito con dazi propri e, soprattutto, con un’arma non tariffaria, lasciando che i monopoli provinciali degli alcolici togliessero dagli scaffali i prodotti americani. Poiché in Canada l’alcol si vende quasi solo attraverso enti pubblici come l’LCBO dell’Ontario, il boicottaggio è stato immediato e pressoché totale: tutte le province tranne Alberta e Saskatchewan hanno ritirato birra, vino e distillati statunitensi.

Secondo il Distilled Spirits Council americano, nel 2025 le esportazioni di distillati verso il Canada sono crollate a 89 milioni di dollari dai 238 dell’anno prima, facendo scivolare il Paese dal secondo al sesto posto tra i mercati di destinazione; il vino ha perso quasi l’80%. Brown-Forman, la casa del Jack Daniel’s, ha visto le vendite canadesi calare del 59%, persino Campari ha registrato un −5% in Canada. Al posto dei marchi americani sono saliti i prodotti locali: il whisky canadese ha guadagnato quote su quello statunitense, e la sostituzione, a oltre un anno di distanza, sta diventando un’abitudine radicata.

La legge di Tenney chiede di attivare l’articolo 301 del Trade Act del 1974, lo stesso strumento con cui l’amministrazione sta ricostruendo, caso per caso, i dazi generalizzati bocciati dalla Corte Suprema a febbraio, e già usato in passato contro la Cina; qui, però, a essere preso di mira è un alleato e partner del trattato nordamericano USMCA. Tenney parla di trattamento discriminatorio e accusa le province di «tenere in ostaggio» i produttori americani, mentre il rappresentante commerciale Jamieson Greer ha lasciato intendere che i dazi sul Canada resteranno finché i divieti non cadranno. La proposta non cita, tuttavia, ciò che ha innescato la ritorsione — i dazi di Trump e le battute sull’annessione — e per Ottawa quei divieti restano una leva da spendere nel negoziato commerciale ancora aperto.

Lo scontro è la punta più visibile dell’iceberg di una guerra commerciale sull’alcol che non riguarda solo il Nord America. La stessa logica dei dazi ha portato Washington a colpire con il 15% i prodotti europei, Italia inclusa, e si fa già sentire sui conti di chi esporta oltreatlantico. Il caso canadese mostra soprattutto quanto in fretta un mercato possa svanire quando la politica entra negli scaffali, e quanto sia difficile riprenderselo una volta che i consumatori hanno cambiato bottiglia. Per ora hanno rimesso l’alcol americano in vendita soltanto due province, Alberta e Saskatchewan; il resto del Canada aspetta un accordo.