UK, sconto sulle tasse per i pub: ma che succede agli altri esercizi?

BANNER

Bere senza dover ordinare da mangiare, acquistare al bancone, entrare senza biglietto salvo serate con spettacolo: sono i requisiti che, nelle linee guida britanniche in vigore, distinguono un english pub dal resto del settore dell’ospitalità. Ristoranti, caffetterie, alberghi, night club, teatri, cinema e casinò restano fuori. Lungo quella linea di confine passa lo sconto del 20% sulle business rates, l’imposta sugli immobili commerciali, annunciato il 23 luglio dal nuovo governo di Andy Burnham per pub, circoli e locali di musica dal vivo in Inghilterra.

Il pacchetto vale circa 100 milioni di sterline l’anno, riguarda quasi 32mila esercizi e porta al pub medio un risparmio stimato di 1.100 sterline. Si somma allo sconto del 15% introdotto a gennaio per l’anno fiscale in corso e al congelamento in termini reali delle bollette fiscali per i due esercizi successivi; i locali di musica dal vivo più grandi ne restano esclusi, con i criteri di ammissibilità rinviati alla legge di bilancio d’autunno. La copertura arriva dalla revisione delle agevolazioni a esercizi che il governo giudica privi di ricaduta positiva sulle comunità, negozi di sigarette elettroniche e sale da gioco, e da una consultazione sugli obblighi fiscali dei venditori nei marketplace online.

Il primo ministro ha presentato la misura da dietro un bancone a Harlow, nell’Essex. «Questa per me è la nostra eredità, è cultura working class», ha detto a ITV, aggiungendo che una volta scomparsi i pub non tornano e definendo l’intervento un primo passo. Il pacchetto di gennaio era arrivato dopo la reazione alla manovra d’autunno, che aveva alzato le bollette fiscali di molti locali al termine delle agevolazioni dell’era pandemica e spinto oltre mille pub a vietare l’ingresso ai deputati laburisti.

Il giudizio del settore si è diviso. Kate Nicholls, presidente di UKHospitality, ha riconosciuto il segnale e ha subito indicato l’esclusione di ristoranti e alberghi: «Ora serve una soluzione per il resto del settore». Michael Kill della Night Time Industries Association ha parlato di sollievo concreto per i propri associati. Lo chef e gestore Tom Kerridge ha ridimensionato l’effetto pratico, osservando alla BBC che «mille sterline sul fatturato annuo non fanno davvero la differenza». Diverse insegne rilanciano invece la campagna per portare l’IVA sull’ospitalità dal 20% al 10%, allineandola alle aliquote di altri Paesi europei.

Sul fronte opposto Kemi Badenoch, leader conservatrice, ha giudicato insufficiente l’intervento e ha ribadito la proposta del suo partito di abolire le business rates per gran parte delle attività di strada, dal commercio alla ristorazione. Un editoriale del Telegraph ha attaccato la cornice politica anziché la misura, definendo «superato, paternalistico e divisivo» il richiamo alla cultura working class e osservando che l’esclusione di ristoranti e caffè presuppone abitudini di consumo che quella stessa parte della popolazione ha superato da tempo.

Il nodo tecnico è riassunto nell’analisi dello studio Grant Thornton: lo sconto rappresenta denaro reale per chi lo riceve, e tratta l’ospitalità come una serie di categorie separate a fronte di pressioni su salari, energia e affitti che attraversano tutto il comparto, in un momento in cui i modelli di locale si sovrappongono. La voce di costo più pesante resta il lavoro, con i contributi datoriali saliti dal 13,8% al 15% nell’aprile 2025 e il salario minimo orario portato a 12,71 sterline quest’anno.

Il caso britannico è già diventato materiale di dibattito altrove. Sul sito neozelandese The Spinoff, Joel MacManus propone di replicarlo a Wellington, dove nell’ultimo anno le liquidazioni nell’ospitalità sono state 449, in aumento del 49%: costo contenuto, rischio politico basso, ricadute culturali e occupazionali plausibili in un settore che vale il 2% del PIL e il 6,7% degli occupati. Lo stesso autore indica la contraddizione di fondo, ovvero incentivare i luoghi del consumo alcolico mentre i consumi calano, soprattutto tra i giovani. La via alternativa che segnala, sostenuta da produttori di birra e distillati, ricalca il modello australiano: alleggerire le accise sul consumo nei locali e appesantirle su quello domestico, lasciando invariato il gettito complessivo. Resta aperta la questione dei confini. Una volta ammessi tutti i pub, la domanda si sposta su caffè, panetterie e ristoranti, poi su qualsiasi attività cui venga riconosciuto un valore sociale. La lista dei locali ammessi allo sconto del 20% sarà pubblicata con la legge di bilancio.