Torre a Cona, un vermouth da raccontare

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Ci si dimentica troppo spesso, e anche piuttosto stranamente quando si parla di vermouth, di quanto il vino sia l’elemento imprescindibile. È chiaro che sia l’artemisia a farla da padrona, come da disciplinare, ma le erbe aromatiche possono fare magie fino a un certo punto: senza una base vinosa di qualità, non c’è ricetta che tenga.

Torre a Cona ha in cantina un prodotto che parla (anche) di questo. Una tenuta sontuosa e dai tratti romanticamente decadenti, sulle colline che chiudono il Valdarno, in una zona ventilata a ridosso dell’Appennino; osteria, vinsantaia, camere di finezza, addirittura un teatrino settecentesco ancora intatto. Un luogo che porta con sé una lunga stratificazione storica importante, nato come castello e trasformato nei secoli in dimora nobiliare, dal 1935 appartiene ai Rossi di Montelera, famiglia legata alla tradizione italiana dei vini e dei liquori. È infatti quella famiglia Rossi, il cui alfiere Luigi nel 1863 si unì a un’azienda già esistente, che poi prenderà il nome di Martini&Rossi (oggi Bacardi-Martini)

Il vermouth di Torre a Cona nasce quindi da un retroterra di ricchezza incommensurabile. L’idea prende forma da un antico ricettario di famiglia e viene sviluppata da Niccolò Rossi di Montelera, tris-nipote di Luigi, insieme a Piero Cane, enologo e profondo conoscitore dei vermouth storici. Potrebbe sembrare un’operazione di ricostruzione nostalgica e fine a se stessa, eppure conserva molto della rilettura coerente di una ricetta classica, riportata dentro un linguaggio contemporaneo.

La tenuta di Torre a Cona

La base vinosa, si diceva, è la chiave di tutto. Sangiovese in purezza proveniente dai cru aziendali più vocati, argomento che Torre a Cona conosce ben meglio di chiunque altro: il vino “Molino degli Innocenti” Chianti Colli Fiorentini Riserva DOCG 2019 è stato premiato come Vino Rosso dell’Anno dalla guida vini 2025 di Gambero Rosso. Una scelta che imprime al prodotto una matrice netta, con struttura, freschezza e una tensione quasi “da mordere”, tanto che Niccolò Rossi di Montelera lo confessa come vermouth da meditazione. In miscelazione, effettivamente, potrebbe dare il meglio con brown spirits o come rifinitura, ma andrebbe a stonare negli aperitivi classici, stante anche un apporto zuccherino mica da ridere.

Sono trentatré le erbe aromatiche incluse nella ricetta, ricostruita fedelmente dalle note manoscritte del trisavolo Luigi, con un lavoro di estrazione differenziato a seconda delle caratteristiche delle singole materie prime. Emergono cannella, noce moscata e chiodi di garofano, ci sono grandi profondità e pienezza, probabilmente poco spazio per una miscelazione “a tutto campo”, anche perché al momento è su scaffale a 60€; rimane però un prodotto di nicchia interessantissimo, che se ben raccontato si venderebbe da solo, sia per qualità di ingredienti che per storia vera e propria. Ed entrambi sono elementi fondamentali da tenere in bottigliera.

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