La vicenda dazi negli Stati Uniti è in cortocircuito: alcune aziende stanno incassando il rimborso di una tariffa dichiarata illegale mentre, in parallelo, già pagano la nuova tariffa che l’ha sostituita — anch’essa contestata in tribunale e, in almeno un caso, già giudicata illegittima a sua volta. È la fotografia del comparto spirit dopo che la Corte Suprema americana, lo scorso 20 febbraio, ha bocciato una parte consistente dei dazi introdotti dall’amministrazione Trump.
I dazi in questione, varati nell’aprile 2025 in base all’Emergency Powers Act, applicavano il 10% alle importazioni dal Regno Unito e il 15% a quelle dall’Unione Europea, vino e spirits inclusi. Quattro giorni dopo la sentenza gli importatori hanno potuto smettere di pagarli, e la Court of International Trade ha avviato una restituzione monstre: circa 166 miliardi di dollari complessivi, di cui poco meno del 10% riferito al wine & spirits. La dogana ha aperto una piattaforma digitale per le richieste e i rimborsi sono partiti l’11 maggio: in una settimana le domande sono salite da 55.000 a circa 85.000.
Il problema non è incassare, ma stabilire a chi spettano davvero quei soldi. Lo spiega Alison Leavitt, managing director della Wine and Spirits Shippers Association: «È una corsa affannosa, in questo momento, per capire come gestire tutti gli accordi fatti per contrastare i dazi». Nei mesi della stretta, fornitori e importatori avevano negoziato intese private di ogni tipo — chi assorbendo parte del costo, chi concedendo crediti o dilazioni — quasi mai mettendo nero su bianco cosa sarebbe successo a dazi dichiarati illegali. Ora il rimborso arriva all’importatore, parte ufficiale di fronte alla dogana, ma in molti casi è stato il fornitore ad aver sostenuto la perdita. Per i colossi integrati come Pernod Ricard e Diageo il nodo è interno e gestibile; per i piccoli importatori indipendenti è terreno di trattative spinose.
Se negli Stati Uniti ci si contende chi incassa, in Italia il problema è che i soldi rischiano di non tornare affatto. Secondo una ricognizione di Federvini, tra aprile 2025 e aprile 2026 il vino italiano ha pagato dazi americani per circa 180 milioni di euro, ma le possibilità di rimborso sono scarse: il diritto alla restituzione spetta all’importatore statunitense, non al produttore europeo che il dazio l’ha di fatto assorbito tagliando i prezzi. Il contraccolpo è pesante: l’export di vino italiano verso gli USA ha perso il 12% a valore nel 2025, con un crollo del 34% nel primo bimestre 2026 sui livelli pre-dazi. Federvini stima in 2,5 miliardi l’esposizione annua verso gli USA dell’intero comparto vino, spirits e aceti.
Resta, sullo sfondo, una scommessa di lungo periodo. Sia Leavitt sia il Distilled Spirits Council statunitense leggono questa fase come un’anomalia più che una trasformazione permanente: il dazio zero tra USA, Regno Unito ed Europa ha funzionato per decenni in entrambe le direzioni — dal bourbon allo Scotch, dal Tennessee whiskey al vino europeo — e gran parte dell’industria si aspetta un ritorno alla reciprocità. Nel frattempo la filiera globale dell’alcol resta in un limbo in cui ogni rimborso può convivere con un nuovo dazio destinato, forse, a essere a sua volta cancellato.


