Accordo India-UK su dazi dimezzati. L’UE resta a guardare

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Da oggi una bottiglia di Scotch che entra in India paga un dazio del 75%, la metà del 150% che l’ha accompagnata per decenni; tra dieci anni l’aliquota scenderà al 40%. L’accordo di libero scambio tra Regno Unito e India, firmato da Keir Starmer e Narendra Modi nel luglio 2025 dopo tre anni di trattative e descritto da Londra come il più ampio mai concesso da Nuova Delhi, è entrato in vigore il 15 luglio, e per il whisky scozzese apre le porte del più grande mercato mondiale della categoria. Un mercato che già oggi assorbe volumi enormi a valori minuscoli: nel 2025 l’India ha importato l’equivalente di 220 milioni di bottiglie di Scotch per appena 286 milioni di sterline, poco più di una sterlina a bottiglia, perché la gran parte viaggia sfusa, destinata ai blend locali.

La Scozia ha di fatto un bisogno enorme di fare mercato. L’export complessivo di Scotch ha chiuso il 2025 a 5,3 miliardi di sterline, in calo dell’1,8% a valore e del 4,3% a volume, con gli Stati Uniti — colpiti dal dazio del 10% dell’aprile 2025 — giù del 9,2% nei volumi e ancora imprevedibili. Il governo britannico stima dall’intesa 4,8 miliardi di sterline di Pil aggiuntivo, 25,5 miliardi di interscambio annuo e 190 milioni per la sola economia scozzese, con 400 milioni di dazi risparmiati già nel primo anno secondo il ministro del Commercio Peter Kyle. «L’apertura del mercato indiano rappresenta un’opportunità significativa per il Regno Unito», commenta a Drinks International Nodjame Fouad, a capo della divisione aged spirits e Champagne di Pernod Ricard — un gruppo che in India gioca su entrambi i lati del confine, con Chivas, Ballantine’s e Glenlivet da una parte e, dall’altra, il Royal Stag, whisky locale tra i più venduti del Paese.

Sul fronte indiano, gli umori sono variabili: i produttori di Indian made foreign liquor temono che lo Scotch sfuso a dazio dimezzato comprima i margini del loro segmento, il cuore commerciale del mercato; i distillatori di single malt indiani, al contrario, vedono nell’arrivo di nuove etichette un traino per l’intera fascia alta. «Con più marchi sul mercato crescerà la consapevolezza sui single malt», dice a The Spirits Business Paul John, fondatore dell’omonima distilleria di Goa, convinto che molti consumatori saliranno di gamma. La categoria locale, del resto, si sta attrezzando: a giugno l’associazione dei produttori di malto indiani ha varato un disciplinare con marchio di autenticità per i single malt nazionali.

A gennaio il Regno Unito aveva dimezzato, da 10% a 5%, il dazio cinese sullo Scotch; sempre a gennaio, il 27, Bruxelles ha chiuso con Nuova Delhi il proprio negoziato di libero scambio, un’odissea cominciata nel 2007, che per vini e spirits europei prevede la discesa del muro del 150% verso il 20-30% delle etichette premium e il 40% degli altri liquori in circa sette anni. Quell’intesa, però, attende ancora revisione legale e ratifica, con l’entrata in vigore stimata tra il 2027 e il 2028: per prosecco, amari e vermouth italiani il muro pieno resta in piedi ancora un anno o due, mentre lo Scotch passa già alla metà. Nel frattempo l’India si conferma la frontiera di crescita di quasi ogni categoria, dal tequila in su; quando il treno europeo arriverà, quello scozzese starà già scendendo verso il 40%.