Gaia Bar, il lusso che non si grida

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Si potrebbe quasi dire che con una terrazza che si tuffa (letteralmente, ci sono due moli) sull’Isola Comacina in pieno Lago di Como, il fascino di un boutique hotel cinque stelle lusso e una proprietà che mastica ospitalità in più lingue da quasi quarant’anni, “siamo bravi tutti”. Poi però tra dire e fare, c’è di mezzo il lago, appunto, e il Musa Hotel fa, eccome. Guidato dalla famiglia Gray, dodici camere, quattro ville separate, un team che conta sessanta persone in alta stagione e un gran bell’esempio di qualità senza fronzoli.

“Potrebbero sembrare fin troppe risorse rispetto alle dimensioni della struttura”, racconta Luca Salvioli, 30enne bar manager originario di San Rufo (Sala Consilina), secondo classificato alla Campari Bartender Competition 2025, “ma sono fondamentali per poter garantire le attenzioni che vogliamo dedicare agli ospiti”. Salvioli lo descrive come un esercizio continuo e soprattutto necessario per l’hotellerie di lusso contemporanea: “Togliere il lusso dal lusso”, renderlo invisibile, non gridarlo, proporlo e basta puntando sulla sostanza, non sulle dimensioni.

Il suo palcoscenico si chiama Gaia Bar, dedicato alla Dea che tutto genera. Dal bancone si guarda nel blu a pochi metri, e si racconta una drink list di livello assoluto (forse un filo di tenore zuccherino oltre l’equilibrio nei cocktail Abisso e Inganno): si chiama Emotion, si apre con uno specchietto che invita a guardarsi dentro e mette in fila dodici cocktail, due per ciascuna delle sei emozioni universali — gioia, sorpresa, tristezza, rabbia, disgusto, paura – cui si aggiungono analcolici, classici e una parentesi Best of dalle liste precedenti, con l’ultima dedicata alle donne che hanno fatto la storia.

Così Cenere traduce la tristezza con rye, Laphroaig, Pedro Ximénez, vermouth rosso, China e miso; Furia porta la rabbia su Campari, tequila, mezcal, fragola, chipotle e acqua di pomodoro e realizza un aperiti; Oscuro, nero, lavora sulla paura con mezcal, Calvados, carbone, liquirizia e soia. Strepitoso il Brace, champagne cocktail con Campari, pompelmo e zenzero, aperitivo di enorme eleganza e impatto. Dalla cucina di Roteo arriva un bar food che fa quello che dovrebbe sempre fare: ingolosisce e soddisfa, senza osare (il fritto è come il lago di Como, ci va bene tutto, ma bisogna pur sempre saperlo intendere).

La tecnologia è in bella vista, con tanto di ridistillatore appena dietro il banco, ma non sembra un feticcio: sono drink (e in generale un approccio) complessi ma comprensibili, persino giocosi a tratti, in un tentativo chiaro di far capire che si può essere in qualche modo colti senza essere altezzosi (cosa che nei dintorni, insomma, si può anche trovare…). Rimane un cavillo non da ridere, che è quello logistico: essere un bar destinazione e non di passaggio è una sfida enorme che richiede soluzioni non banali. Intanto, una tappa di qui vale sicuramente la pena, perché una volta che ci si alza, si dà ragione all’ultima riga del menu: smile, now you know what happiness tastes like.

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